Donne e Costituzione: tra principi formali e diritti sostanziali

07 gennaio 2009
“Si dice ancora: per ogni grande uomo, dietro c’è sempre una grande donna. Perché invece non ammettere che normalmente essa è di fianco, spesso già davanti in un irreversibile sorpasso?”
Emilio Folcher
Nella storia, le donne hanno lottato tanto con le donne e per le donne, per prendere coscienza di sé, affermare i propri diritti, perseguire l’uguaglianza prima e la parità poi. Tante sono state le conquiste, “segnate” dal diritto di voto ottenuto nel 1946 e dal riconoscimento della piena parità tra uomini e donne sancita dal testo fondamentale della Repubblica Italiana: la Costituzione. Eppure, a quasi 61 anni dalla sua entrata in vigore, il 1 gennaio 1948, la discriminazione di genere pare essere viva e vegeta sotto diverse forme. Che ne è dei diritti delle donne?

 

Indice dell’articolo
                                               Le donne nella Costituzione

 

 

  • Art. 1: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro.La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

  • Art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

  • Art. 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”.

  • Art. 37: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione”.

  • Art. 51: (il secondo periodo è aggiunto con legge costituzionale n. 1 del 30 maggio 2003): “Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.

  • Art. 117: (testo introdotto dalla legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001, sulla potestà legislativa di Stato e Regioni): “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”.

 

La Costituzione italiana ha gettato le fondamenta per l’affermazione del principio delle pari opportunità in Italia. Per comprenderne la portata, bisogna avere presente il clima che la precede.Nel corso della Prima Guerra Mondiale, le donne sostituiscono gli uomini partiti per il fronte: sono sei milioni quelle che lavorano nei campi, garantendo una produzione agricola costante e mai inferiore al 90% del totale del periodo prebellico. Il discorso non cambia per quanto riguarda la manodopera industriale femminile.

Negli anni venti la donna esce dalle mura domestiche anche per occupare nuovi posti di lavoro.Il regime fascista, però, dopo un’ambigua apertura alle istanze femminili (si pensi alla legge Acerbo del 1925, sulla protezione e assistenza alla maternità e all’infanzia, che prevede il voto alle donne, anche se l’anno successivo le elezioni amministrative vengono abolite), nel ‘26 esclude le donne dalle cattedre universitarie e dai licei, nel ‘27 dimezza i salari femminili e con un decreto del ‘38 fissa al 10% la presenza nei pubblici impieghi.In linea con queste idee, il codice Rocco del ‘31 e il codice civile del ’42 ripropongono la potestà maritale e la patria potestà, criminalizzano l’aborto e la propaganda anticoncezionale, introducono l’attenuante del delitto d’onore.

Poi, di nuovo la guerra: le donne al lavoro, le repubblichine e le partigiane (35mila nelle fila della Resistenza).L’impegno di concedere il diritto alle donne viene finalmente mantenuto nel 1945, con il decreto legge luogotenenziale n. 23 del 1 febbraio. Il 2 giugno 1946 italiani e italiane si recano per la prima volta insieme alle urne per votare tra monarchia e repubblica. Sono 21 le donne che siedono sui banchi dell’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, e 5 di loro fanno parte della Commissione dei 75 che scrive il testo della Carta Costituzionale. Nello stesso anno, alle amministrative, sono elette le prime donne nei consigli comunali. Il 18 aprile 1948, sono 45 le donne alla Camera dei deputati e 4 al Senato del primo Parlamento repubblicano.

 

La Costituzione è stata un grande passo in avanti, che ha posto le basi per la normativa futura. Normativa rimasta però per anni latente, se non inesistente. E le donne, per veder riconosciuti i loro diritti, devono lottare a alzare la voce. Con la stagione dei movimenti, tra il ’62 e il ’75, anche loro iniziano a rivendicare diritti non solo in quanto studentesse o lavoratrici, ma prima di tutto in quanto donne.

1970: la legge sul divorzio (legge Fortuna) stabilisce l’assoluta parità tra i coniugi nei casi di scioglimento del matrimonio e per la prima volta “calcola” il contributo femminile alla vita familiare.1975: la riforma del diritto di famiglia (PDF, 194 KB), modifica il primo libro del Codice Civile Delle persone e della famiglia sulla base del principio di parità giuridica dei coniugi: "Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri".1977: la legge n. 903 del 9 dicembre, Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, è la cosiddetta Legge Anselmi, assorbita dal decreto legislativo n. 198 dell’11 aprile 2006, Codice delle Pari Opportunità tra uomo e donna, che afferma l’illegittimità di qualsiasi discriminazione fondata sul sesso, il diritto alla stessa retribuzione e il diritto ad assentarsi anche per il padre lavoratore.1978: la legge n. 194 del 22 maggio legalizza e disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza.

 

Il riconoscimento della discriminazione indiretta

Una volta conquistato il riconoscimento dei diritti di base delle donne nella sfera personale, della salute e del lavoro, nel decennio successivo viene fatto un ulteriore passo in avanti: la normativa approvata finora vieta le discriminazioni dirette, ma non risolve quelle indirette, frutto di trattamenti magari uniformi sulla carta che in realtà producono effetti differenziali sui due sessi. Ad esempio, la legge del 1977 sancisce la parità di retribuzione: se le donne in posizioni di un certo livello sono di meno perché incontrano più ostacoli nel far carriera, di fatto sono penalizzate, nel complesso guadagneranno meno, nonostante il loro datore di lavoro non contravvenga alle norme.Si ravvisa la necessità di adottare azioni positive, cioè ideate e promosse con l’obiettivo di raggiungere le pari opportunità.Solo nel 1991 questi principi vengono tradotti nella legge 125 del 10 aprile (PDF, 93KB),Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro (oggi assorbita dal Decreto Legislativo 11 aprile 2006 n. 198, Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, che ha lo scopo di superare le discriminazioni che bloccano o rallentano gli avanzamenti professionali o di carriera e di inserire le donne, con programmi ad hoc, in attività professionali nelle quali sono sottorappresentate.

Da questo momento in poi l’attività legislativa si fa intensa:Legge 215 del 1992 (PDF, 102 KB), Azioni positive per l’imprenditoria femminile;1996: nomina del Ministro per le pari opportunità e, un anno dopo, istituzione della Dipartimento Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri;Legge 53 dell’8 marzo del 2000, Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città, con cui l’Italia ha recepito la direttiva europea 96/34/CE sui congedi parentali (PDF, 112 KB).

A livello prettamente normativo, molto lavoro viene fatti anche nel campo della rappresentanza politica, con la riforma dell’art. 51 della Costituzione del 2003 e la riforma dell’art. 117 nel 2001.

Non meno importante, a livello storico e giuridico, nonché per i diritti inviolabili e la pari dignità sociale sancita dalla Costituzione, la legge n. 66 del 1996, con cui il concetto di violenza sessuale passa da “reato contro la morale e il buon costume” a “reato contro la persona e contro la libertà individuale”. Nel 1997 il Presidente del Consiglio emette una direttiva che impegna Governo e istituzioni italiane a prevenire e contrastare tutte le forme di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne, dai maltrattamenti familiari al traffico di donne e minori a scopo di sfruttamento sessuale. Quella direttiva contiene una serie di indicazioni molto utili e importanti sul piano teorico, come il concetto di parità nell’accesso al lavoro, di empowerment, politiche dei tempi e dell’organizzazione del lavoro.La Legge n. 154 del 2001, Misure contro la violenza nelle relazioni familiari prevede l’allontanamento del familiare violento per via civile o penale e misure di protezione sociale per le donne che subiscono violenza.

L’evoluzione del diritto comunitario

La legislazione italiana è stata sicuramente influenzata dall’evoluzione del diritto e delle politiche della Comunità e poi dell’Unione Europea. In una prima fase, il principio di pari opportunità si è tradotto in principio di uguaglianza retributiva fra uomini e donne sul lavoro, come stabilito già dal Trattato istitutivo della Comunità economica europea del 1957 all’art. 119, divenuto poi il 141 nel Trattato consolidato di Nizza del 2001.

In seguito si amplia il concetto parità di trattamento tra uomini e donne nel lavoro, affrontando la questione anche in materia di sicurezza sociale, rischi di malattia, vecchiaia, invalidità, infortunio e disoccupazione, tutela della maternità.In Europa, il concetto di discriminazione indiretta fa il suo ingresso nella normativa il 9 febbraio del 1976, con la direttiva 76/207/CEE che afferma di “non pregiudicare le misure volte a promuovere la parità delle possibilità per gli uomini e le donne, in particolare ponendo rimedio alle disparità di fatto che ne pregiudicano le possibilità (…)”, ed è stata modificata di recente con la direttiva 2002/73/CE, le cui indicazioni sono state infine trasfuse nella 2006/54/CE (PDF, 135 KB) sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.Dal concetto di discriminazione indiretta nascono i programmi d’azione in materia di pari opportunità a partire dagli anni 80, anche se limitare l’attuazione del principio di pari opportunità al solo ambito lavorativo ha rappresentato per molto tempo un grosso limite.

Il 1992 sancisce l’avvio di una nuova fase, in cui si consolidano le politiche sociali. IlTrattato di Maastricht si propone di estendere, per alcuni settori tra cui la parità di trattamento tra uomini e donne, le competenze dell’Unione Europea.Il Trattato di Amsterdam del 1997 afferma all’art. 2 la parità dei sessi e all’art. 3 impegna l’Ue a integrare le pari opportunità nell’insieme delle politiche comunitarie e non più solo in relazione a specifici interessi femminili: viene così accolto il principio del mainstreaming, per cui non bastano interventi ad hoc, ma tutte le politiche devono contenere il concetto di parità, con una strategia globale e trasversale. Con le direttive successive, fino alla 2006/54/CE, si definisce meglio la discriminazione indiretta, ovvero la situazione che consegue a una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri, che mettono, o possono mettere (per la prima volta si prende in considerazione anche la mera potenzialità) in una situazione di particolare svantaggio le persone di un determinato sesso, rispetto all’altro, a meno che tale disposizione, criterio o prassi siano oggettivamente giustificati da una finalità legittima. Tutti i trattati istitutivi dell’Unione europea sono infine stati modificati dal Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 che riconosce la parità tra uomini e donne come uno dei “valori comuni” agli Stati membri.

Un’altra tappa fondamentale è il Consiglio europeo di Lisbona nel 2000, la cui strategia prevede il raggiungimento, nel 2010, di un tasso di occupazione delle donne pari al 60%. Cinque anni dopo, un bilancio a metà percorso porta l’Ue a rilanciare la strategia, mentre il Quinto programma d'azione comunitario per la parità di opportunità 2001-2006 si pone l’obiettivo della parità tra i sessi in tutte le politiche che esercitano un impatto diretto o indiretto sulla vita degli uomini e delle donne.

Ultimo tassello in ordine di tempo, la Road Map per l’uguaglianza tra uomini e le donne 2006 - 2010 (PDF, 244 KB), o Tabella di marcia per la parità tra donne e uomini, un percorso strategico per conseguire l'eguaglianza di genere, articolato in sei settori di intervento prioritari:

· realizzare un'uguale indipendenza economica tra uomini e donne;

· migliorare la conciliazione tra vita lavorativa, privata e familiare;

· promuovere l'uguale partecipazione di uomini e donne nei luoghi decisionali;

· combattere la violenza basata su ragioni di sesso e la tratta di esseri umani;

· eliminare gli stereotipi di genere presenti nella società;

· promuovere l'uguaglianza di genere al di fuori dell'Unione europea.

 

Dalle norme ai diritti “reali”: le ambivalenze di oggi

Da questa carrellata, sembrerebbe che le donne sono tutelate, in Europa e quindi in Italia, grazie a trattati istituzionali e direttive dell’una, e a Costituzione e leggi ad hoc dell’altra. La realtà è molto diversa: basta osservarla per renderci conto che gli obiettivi fissati da norme ed accordi sono ancora lontani.Prima di addentrarci nelle questioni del lavoro e della rappresentanza politica, una parentesi sulla violenza sessuale. In Italia l’ultima legge risale al 1996: un po’ troppo e un po’ poco. A più riprese sono state avviate in Parlamento discussioni in merito, senza risultato. L’ultima ha portato, la Commissione Giustizia della Camera, il 3 dicembre 2008, dopo ben 12 sedute da giugno, ad approvare il disegno di legge Introduzione nell’ordinamento del delitto di molestie insistenti, vale a dire lo stalking: dal 16 dicembre, è iscritto nel calendario dei lavori dell’aula per l’approvazione definitiva. Un iter molto lungo, quando le donne vittime di stalking da anni poche non sono.

Le donne appaiono ancora discriminate non solo nella salute, ma, nonostante i principi costituzionali e tante leggi successive e recepimenti di direttive europee, anche nel lavoro, nella politica, nella società.Partiamo dall’Europa, e dalla Road Map varata nel 2006. Il 26 novembre 2008 è stata adottata la relazione intermedia sullo stato di avanzamento della Tabella di marcia: ci sono stati progressi, anche se non uniformi, ma al tempo stesso la tendenza da parte degli Stati membri a non tenere conto del differente impatto che le politiche attuate possono avere su uomini e donne. Se si potrà raggiungere l’obiettivo del 60% di occupazione femminile, anche se in non tutti gli Stati membri, la disparità retributiva tra donne e uomini rimane significativa (15%), soprattutto per la maggiore presenza femminile nei settori d’attività meno retribuiti o più precari.Gli Stati hanno sì fatto progressi nel miglioramento dei servizi per l’infanzia (l’obiettivo della copertura è del 90% dei bambini tra i tre anni e l’età dell’obbligo scolastico e del 33% per i più piccoli), ma solo una minoranza di essi ha raggiunto l’obiettivo. Resta poi la necessità di migliorare la legislazione relativa a varie forme di congedo.Il discorso non è più roseo se da lavoro e conciliazione si passa alle sfere del potere: qui le donne sono vistosamente sottorappresentate. Senza contare che sono ancora troppe le donne vittime di violenza e l’influenza ancora marcata che gli stereotipi sessisti hanno sulla scelta del percorso di studi e le conseguenti opportunità di carriera.

In questo quadro, come sta l’Italia? Non benissimo. Lo dice innanzitutto il Censis, nel suo ultimo rapporto: le donne studiano di più e sono più attive sul mercato del lavoro, ma intanto restano circa un quarto degli uomini soprattutto in ruoli di vertice, mentre occupano più della metà delle posizioni esecutive e dei lavori atipici. In Parlamento sono circa il 20% dei deputati e senatori, al governo ancora meno: in tutta Europa la percentuale è più elevata.Esclusione da ruoli di vertice, ma sovraccarico nel lavoro di cura, anche per la carenza dei servizi all’infanzia. C’è chi opta per il part time per necessità, perché i meccanismi di conciliazione e i servizi sono carenti. C’è chi non rientra più al lavoro dalla maternità.Eppure, stando all’Istat, nonostante la crisi e la disoccupazione attuale, le donne al lavoro sono aumentate nel terzo trimestre 2008. In questo senso, il Piemonte si distingue rispetto alla media nazionale, con un 56,3% dell’occupazione femminile, non lontano dagli obiettivi di Lisbona. Qui un’impresa artigiana su quattro è a conduzione femminile e l’ultimo Osservatorio sull’Imprenditoria femminile, indagine semestrale di Unioncamere, pubblicata a fine ottobre, rileva 5.523 nuove imprese femminili create tra giugno 2007 e giugno 2008, che le portano a quota 1.243.824, pari al 24% del totale.Ma intanto, anche in questa Regione, che si distingue anche per la presidente donna che la guida, Mercedes Bresso, nel 2007 sono state 720 le donne, 60 al mese, che hanno lasciato il lavoro entro il primo anno di età del bambino.

Cosa non funziona? Un mix che mette insieme leggi perfettibili, nuovi provvedimenti che penalizzano di più le donne e una cultura che tarda a cambiare.La legge 53 del 2000, ad esempio, all’art. 9 prevede misure a sostegno della flessibilità d’orario per le imprese, ma sotto questo punto di vista è un po’ rigida: si possono presentare le domande solo in un determinato periodo dell’anno e i contributi arrivano spesso in ritardo. Gli strumenti e i servizi per favorire la conciliazione (senza ricordare che sarebbe molto meglio la condivisione del lavoro di cura) sono ancora insufficienti. A fine settembre, la Ministra per la Pari Opportunità Mara Carfagna ha annunciato un grande piano nazionale per la conciliazione, di cui si attendono sviluppi.

Se a questo si aggiungono le “bacchettate” dell’Unione Europea e il delicato momento economico, in una fase in cui non si ha ancora ben chiara la portata della crisi nei prossimi mesi, il quadro non migliora.Il 13 novembre, la Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia per la disparità tra i sessi sull’età pensionabile nel pubblico impiego, invitandola a parificarla: la sentenza sta creando non poca discussione nel nostro Paese dopo l’annuncio del ministro Brunetta di innalzare l’età pensionabile femminile a 65 anni. Nemmeno due settimane dopo, la Commissione europea ha inviato un “parere motivato” per sollecitare “ad attuare appieno la normativa dell’Unione europea che proibisce la discriminazione nell’accesso al lavoro e nell’occupazione a motivo del sesso”, ovvero la direttiva 73 del 2002 (PDF, 29 KB), che il governo italiano ha recepito con il decreto legge 145 del 2005.

E ancora, la consapevolezza da più parti che il momento difficile che l’Italia sta attraversando colpisce le donne in maniera più acuta e le politiche dovrebbero tenerne conto. Invece, è stata abrogata la legge 188 del 2007 sulle dimissioni volontarie, che intendeva prevenire una pratica molto diffusa soprattutto con le donne per “sfoderarla” in caso di gravidanza: far firmare un foglio in bianco, spesso al momento dell’assunzione.Non solo: la legge 133 dell’agosto 2008 prevede, tra le altre cose, la modifica dell’orario di lavoro che prevede il giorno di riposo ogni 14 giorni, i contratti a termine che possono durare più di 36 mesi e l’abrogazione della durata minima del contratto di apprendistato. Se diminuisce la tutela del lavoro, è ovvio che le donne ne subiscono maggiormente gli effetti.

E, se passiamo alla politica, non vediamo niente di meglio. Solo nel 2003 viene modificato l’art. 51 della Costituzione, aggiungendo il concetto di parità di accesso a cariche elettive e uffici pubblici e l’attuazione di provvedimenti per promuovere le pari opportunità: eppure, nel 2005 l’emendamento della riforma elettorale che introduce la quota minima del 30% di donne nelle liste viene bocciato. L’art. 117 prevede che le leggi regionali promuovano la parità di accesso, ma ogni Regione ha recepito e tradotto il principio in modo diverso, portando a una grande discrepanza.

Il punto è che, nella nostra democrazia, il principio di base è l’esclusione delle donne dalla sfera pubblica, anche quando le regole formali assicurano piena parità. Come per il diritto del lavoro, la nostra legislazione è basata sulla neutralità del soggetto, che di fatto fa scomparire la donna quando si stabiliscono diritti e libertà. Quando il diritto è neutro, bisogna intervenire con una legislazione che elimini le discriminazioni.Un salto di qualità nella rappresentanza femminile diventa necessario per una democrazia moderna, che tenga conto di una più diffusa e più consapevole presenza delle donne nella società. Una delle caratteristiche principali della democrazia è la partecipazione: il concetto di democrazia paritaria aggiunge la prospettiva della cooperazione fra uomini e donne nella costruzione delle istituzioni.Dopo la fase rivendicativa di diritti, è il momento di passare “giustizia di genere”, il riconoscimento dell’aspirazione delle donne a condividere i luoghi della decisione nei quali si stabiliscono regole e si definiscono politiche che sempre di più determinano anche i loro destini, e cooperazione attraverso la condivisione di responsabilità. Solo così si potrà provare a passare dalla parità formale, riconosciuta e sancita prima di tutto dalla Costituzione, a quella sostanziale.

Approfondimenti:

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