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l’altro mercato
I n quale direzione va, oggi, il mercato discografico? Con quali prospettive, contenuti artistici e cambiamenti? In questa realtà ricca di sfumature e contraddizioni, di logiche esasperanti di marketing, come possono collegarsi progetti artistici alternativi e l’altro mercato? Sullo sfondo di queste ed altre domande, si pone una riflessione sui tempi e le regole che cambiano,sul bisogno effimero della musica, stretto fra l’anima assente o presente dell’artista, chi produce (le major, gli indipendenti), chi vende (distributori, negozi).
Mercato della musica Dalla lettura di questi grafici e di altri dati forniti dal Coram (il coordinamento musica che aggrega associazioni del settore) e Fmi (Federazione musicale italiana che rappresenta oltre 100 imprese italiane), si capisce che c’è un fatturato e a parte la recente crisi, con il suo 47% del settore, ha più di 20 mila occupati tra discografia e produzione. Si ascolta musica internazionale (48%), seguita da quella locale (47%) e dalla classica (5%), con nuovi generi, come la world music che cresce sempre più e con cataloghi interessanti. Si registra contemporaneamente a un decremento considerevole delle vendite (v. secondo grafico).
Web e i nuovi media Con il fenomeno Napster – un sito internet con 60 milioni di navigatori che scaricavano canzoni senza pa- gare i diritti d’autore – è iniziata una rivoluzione, creando una comunità di appassionati che ha ribaltato il modo tradizionale di ascoltare. Una comunicazione e scambio di file musicali simile a un jukebox universale gratis, come si faceva un tempo quando si copiavano i dischi su cassetta. Un trend culturale che nonostante le cause giudiziarie, non si riesce a fermare. Le major, sul piede di guerra, hanno cercato di mettere a punto un sistema alternativo, senza riuscirci ancora (il lancio del loro servizio a pagamento ha moltiplicato gli utenti “pirati virtuali”). Intanto crescono anche le riviste on line, come rockol, destinate a invertire una tendenza.
Etichette indipendenti Sulla scena delle proposte alternative, oggi troviamo un panorama variegato, con materiali sonori come il jazz, rock, cantautori, musica elettronica, world music. Prodotti realizzati e distribuiti con piccoli investimenti e con strutture agili, adatte a resistere anche a condizioni di ritorni minimi. Una svolta resa possibile da un’utenza di ascoltatori più colti, dalle tecnologie degli studi di registrazioni – home studio – di media potenza, con costi
contenuti. In parallelo concerti e promozioni, in controtendenza rispetto al mercato tradizionale, che diventano un’ottima vetrina per nuovi progetti musicali. Tutti fattori determinanti per il loro successo. Gli indipendenti si muovono, crescono, s’associano (Audiocoop, si occupa di far conoscere il nuovo assetto mutante alle istituzioni), s’interrogano, entrano in contatti commerciali con le major, pur sempre nella loro propensione all’autonomia. Ma essere indipendenti, mantenere, cioè, uno stretto rapporto tra l’artista e prodotto, artigianalmente, contrapponendosi alla spietata mercificazione delle multinazionali dell’arte, non è facile. Molte sono le difficoltà, le tentazioni, i compromessi, di fronte alla questione centrale della “libertà decisionale”, e alla storia più che trentennale di questo movimento.
La distribuzione e le politiche di vendita I luoghi eccellenti della musica rimangono i negozi specializzat(57%), seguiti dagli ipermercati i(28%) e da bancarelle e negozi non specializzati (15%). In parallelo il catalogo digitale, come Vitaminic con385.000 brani musicali, s’affianca alla vendita per corrispondenza, anch’essa in aggiornamento su rete. Nuovi spunti, come la promozione del disco dei Creed, che facevano scaricare gratuitamente il singolo, fanno vendere milioni di copie al loro album. Cala il fatturato (del 9% in Italia, e del 6,5% nel mondo) sul fronte della vendita, e la politica dei prezzi sembra impazzita: la corsa al ribasso, su certi titoli, mette in ginocchio il rivenditore (sul suo margine di guadagno), stretto dalla confusione, incoerenza, credibilità e mancanza di creatività delle major. Un malcontento diffuso, corroborato dal peso della pirateria – copie oltre il 25% – e dall’Iva troppo alta. La richiesta fra gli operatori del settore e artisti è quella di farla abbassare gradualmente dal 20%, al 10%, e infine al 4%. Ma questo futuro e auspicabile passo, lascia ugualmente la strada minata da tutti i problemi. Fino a quando il desiderio di fare e ascoltare musica, questo atto sublime del nostro essere, non si sposerà con l’eticità del commercio.
L’altro mercato Finanza etica e commercio equo e solidale, punto d’incontro fisico e culturale fra anime diverse del volontariato, cooperative sociali, fondazioni, associazioni sono l’occasione per far incontrare e sviluppare scelte e prospettive del fenomeno musicale. Chi avrebbe mai immaginato un decennio fa, le potenzialità, la strutturazione – tra produzione e distribuzione – del terzo settore, fuori della sua nicchia? La forza, la freschezza, il ruolo attivo, la necessità di misurare giustizia sociale e imprenditoria, ha dato un impulso innovativo all’altro mercato, rendendo possibile idee definite utopie.
Ridurre la forma di alienazione tra l’artista, il musicista e il suo prodotto, inserendolo in questo nuovo contesto, non solo è possibile, è inevitabile.
Angelo Ricciardi
Da un articolo scritto e comparso su Valori, il 10 luglio-agosto 2002, da XEtnica
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